La lettura della splendida sintesi pubblicata su lavoce.info che trovate qui sotto, stimola 4 riflessioni/azioni comparative tra lo stato dell’Italia e di Malta, a voi le azioni conseguenti

  1. Il debito lo pagheranno in vario modo, dal default alle tasse i cittadini italiani residenti con il loro reddito e patrimonio…
  2. vi aspetto a malta con i vostri asset e la vostra impresa o pensione, in un paese stabile, sicuro in grande crescita e un sistema bancario forte e sicuro,
  3. Malta ha un deficit verso 1% e debito sotto il 60%, dove ogni anno tagliano le tasse e la spesa pubblica diminuisce ogni anno….
  4. é un paradiso per il clima, il mare,la storia….per l’economia é il migliore esempio di come debba essere l’Europa

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Sul populismo economico non tramonta mai il sole

Nei momenti di crisi è facile che la politica sbandi verso proposte populiste. Anche in economia. Ma non è prospettando irrealistiche soluzioni win-win (botte piena e moglie ubriaca) che si rilancia la crescita. Perché poi il conto da pagare arriva. Anche più salato.

È nei momenti di crisi che le idee populiste attecchiscono meglio. Vale anche in economia. Già nel 1990 Dornbusch e Edwards, avendo in mente l’esperienza del Cile dei primi anni ’70 e del Perù della metà degli anni ’80, avevano scritto un saggio “Macroeconomic Populism” che sarebbe  diventato il punto di partenza di un libro uscito nell’anno seguente. Non esiste una definizione univoca di populismo e, a maggior ragione, di politiche macroeconomiche populiste. Tra le caratteristiche identificate da Dornbusch e Edwards ci sono il tentativo di evitare ogni tipo di conflitto sociale e il rifiuto delle teorie economiche tradizionali (o ortodosse). Riassumendo forse in modo troppo sintetico, un elemento essenziale delle politiche populiste è quello di negare l’esistenza, o quantomeno di attenuare la rilevanza, dei trade-off, cioè del fatto che le azioni di politica economica hanno sia costi che benefici e di prospettare ricette economiche che sembrano win-win, cioè con soli benefici e senza costi o, alla peggio, che svantaggiano solo qualche “cattivo”. Di solito queste politiche si limitano a rinviare il momento in cui la realtà presenta il conto, spesso più salato.

Ridurre le tasse ma non la spesa

Le pagine di Dornbusch e Edward non sono d’aiuto per interpretare la nostra attualità economica. Solo per fare un esempio, Cile e Perù lottavano contro un’elevata inflazione mentre noi abbiamo il problema opposto, quello della deflazione. Questo è un altro tempo, un’altra vita. Oggi i governi sentono la pressione di rilanciare la crescita, ma si trovano ad agire sotto il fardello di uno squilibrio nei conti pubblici e con debiti accresciuti dalla risposta a una crisi enorme per ampiezza e durata. Non è sorprendente allora che germoglino soluzioni win-win, come la riduzione delle tasse di qualche decina di miliardi senza alcuna revisione della spesa pubblica o di clausole di salvaguardia superate con “maggiore flessibilità”. Se la riduzione delle aliquote fiscali – o una maggiore spesa pubblica – generasse una crescita così forte da non far peggiorare i conti pubblici, chi potrebbe mai obiettare? Populismo non è certo perseguire oggi politiche economiche che stimolino l’economia. Quello, come ci ricorda costantemente il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, è un dovere dei governi europei. Populismo è cercare di farlo avendo in mente solamente il consenso elettorale.

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